Impossibile stabilire un qualunque ordine: una ragnatela di interconnessioni sarebbe più adatta, ma poco pratica da leggere. Sarà un ordine rigorosamente disordinato: il disordine che preferisco. Mi urge anche stabilire ciò che per me è il limite netto, invalicabile, che distingue l’artista dal seppur abile artigiano. Il mio concetto di artista è un po’ talebano, lo riconosco, e prevede che l’artista sia innanzitutto totalmente trasparente e coerente: disprezzo il musicista che si maschera sul palco magari da rivoluzionario, per poi, una volta sceso, vestire i panni dell’allineato politicamente corretto. Questa ipocrisia mi offende profondamente. Il rocker ad esempio deve vivere da rocker, e non, una volta salito in auto, indossare diligentemente la cintura di sicurezza. Inoltre amo la critica psicoanalitica: ritengo l’artista l’ultimo e il meno adatto a poter spiegare la sua opera.
Brian Eno
Sì, devo proprio cominciare da lui. Universalmente riconosciuto come uno dei più importanti e influenti artisti a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, il suo Music for airports mi ha talmente colpito sin dal primo ascolto, da far sentire ancora oggi la forza della sua influenza sulla mia opera. Da lui ho imparato a “togliere” il superfluo. Il suo libro di “composizione” Le strategie oblique è il vero manifesto del non-musicista, nel quale già traspare il suo fastidio per la formazione musicale classica: lui porta l’orgoglio naïf a livelli assoluti, innalzando la bandiera del puro ricercatore del suono sulla deformazione condizionante del mondo accademico. Eno rappresenta la purezza dell’artista in senso lato: colui cioè che, scevro da alcuna sovrastruttura culturale, può manipolare liberamente la materia e plasmarla in forme sempre nuove, e per questo mai banali.

L’eclettismo e l’estrema eterogeneità della sua opera contraddistingue il suo essere artista, e le innumerevoli collaborazioni, oltre che alla sua vasta opera di produttore musicale, ne delineano il sommo livello raggiunto dal punto di vista culturale.
Per me quasi impossibile decidere quali opere suggerire, data la sua sconfinata ed enormemente eterogenea produzione, oltre alla già citata Music for airports (1978). Le cose a cui sono più legato potrebbero essere: Another green world (1975), Possible music (1980), On land (1982), Wrong way up (1990), Nerve net (1992), Drawn from life (2001), Another day on earth (2005), Someday world (2014).
Weather Report
Avevo 15 anni quando per la prima volta, nella soffitta di un amico (Paolo P.), ho sentito Nubian sundance. Il giradischi era per terra sul pavimento di cemento: era una vecchia fonovaligia, ma da quell’apparecchio usciva qualcosa che non avevo mai sentito, e che mai avrei immaginato di sentire. Fu una vera folgorazione: come se stessi facendo un viaggio in un magico universo di gioia e felicità fisica: ricordo ancora adesso quella sensazione di empatia verso tutto il creato. Di colpo percepivo che il mondo là fuori era multietnico, gioioso e immensamente luminoso e colorato. Una vera rivelazione mistica. Da allora di musica ne è passata tanta nelle mie orecchie e nella mia testa, ma l’emozione che provo nell’ascoltare la libertà che vive nella loro, è immutata.

Per me Josef Zawinul è un musicista proveniente da un altro universo: le sue melodie sono sempre talmente originali e lontane da qualsiasi cosa mai sentita… come se fosse in grado di spegnere il cervello e farsi governare dal cuore e dalla follia. E Wayne Shorter, oltre ad essere un saxofonista superlativo, proprio per la sua abilità di trovare note bizzarre, sbilenche, sorprendenti, si sposa perfettamente con le armonie di Zawinul.
I WR sono andati oltre… oltre il bebop, oltre il free, oltre Davis, oltre Coltrane, oltre…
Ancora oggi considero Mysterious traveller il disco più importante della storia: il disco che più ha racchiuso nei suoi solchi il maggior numero di innovazioni musicali e stilistiche. Il disco che salverei dall’apocalisse: ebbene sì.
Tutti i dischi dei Weather Report sono gemme assolute, tranne forse gli ultimi 3 non così innovativi.
Pat Metheny
Altro immenso amore. Ho scoperto Metheny quando a metà degli anni 80 un amico mi prestò First circle. Fino ad allora per me era un nome sconosciuto, e pure la mia attitudine al jazz era ancora acerba, ma il primo ascolto fu sconvolgente: i sentori sudamericani così moderni, quasi futuristici, creavano nella mia testa un tale effetto di sconquasso di gioia e luce come forse nessun altra. Poi via via vennero tutti gli album di questo straordinario musicista e compositore raffinatissmo, e la mia passione per la sua visione del mondo non smise mai di crescere. Ancora oggi trovo le musiche di Pat Metheny quasi insuperabili per ricchezza compositiva e capacità evocativa: il miglior compagno possibile di infiniti viaggi. A mio modesto parere, Metheny è uno di più originali e prolifici compositori contemporanei, capace di scrivere e arrangiare musiche di estrema complessità ma altrettanta immediatezza di ascolto: una dote davvero molto rara in assoluto.

Fra i moltissimi album mi sento di segnalare: As falls Wichita (1981), First Circle (1984), Still life (1987), Letter from home (1989), Secret story (1992), Speaking of now (2002), Unity group (2014), From this place (2020)
Miles Davis
Kind of Blue. 1959. Non ero ancora nato e già il mondo del Jazz stava creando i presupposti per ciò che da lì a poco avrebbe cambiato tutto il resto. Il rock era già nato, ma viveva le sue contraddizioni estetiche forse ancora irrisolte. Probabilmente senza Miles Davis, arrogante presuntuoso genio, tutto sarebbe stato diverso. La strada della musica nella sua totalità avrebbe preso strade ben diverse: l’influenza di Davis su ogni cosa successiva è davvero inimmaginabile. Per me più importante di John Coltrane, più importante di Chet Baker, più importante di Dizzy Gillespie, Davis ha indubbiamente segnato una serie di innovazioni musicali da avere pochi pari nella storia, oltre ad essere stato uno scopritore (e formatore) eccezionale di talenti. Fra i grandi musicisti “scoperti” dal nostro, ci sono personaggi del calibro di Zawinul, Shorter, Jarrett, Hancock, Corea, solo per citarne alcuni fra i più influenti e famosi.

Immensa la sua produzione nella quale ricorderei oltre al già citato Kind of Blue (1959), Bitches Brew (1970), Tutu (1986).
Johann Sebastian Bach
I Genio. Colui che, con distacco tipicamente teutonico, ha disegnato la meravigliosa sintesi fra musica e matematica, senza il minimo accenno di compiacimento estetico. La logica al servizio della musica. Nessuno prima di Lui. Pochissimi dopo di lui.
Ho da sempre avuto un legame “speciale” con Bach. Sin da piccolo ne sentivo parlare perché mio padre era nato e vissuto sino al 1944 ad Eisenach, cioè proprio la cittadina dove Bach è nato e vissuto per la maggior parte della sua vita. Poi in tempi più recenti ho scoperto che siamo nati lo stesso giorno: il 31 di marzo. Un legame davvero speciale.
Da piccolo ascoltavo musica prevalentemente classica, mentre ero disinteressato al periodo barocco che trovavo superficialmente scontato e banale. Il rock sarebbe arrivato più tardi con i dischi portati da mia sorella Monika. Il barocco lo ho scoperto in età davvero avanzata, cioè dopo essermi definitivamente accorto di quanto l’aspetto “matematico” di questo immenso genio, mi conceda un godimento intellettuale tutto particolare. Come dice sempre un mio collega insegnante di musica: “Bach sembra arrivato da un altro pianeta” tanto è grande il suo distacco dai suoi contemporanei. La sua maestria quasi sovrumana nello scrivere con tale facilità composizioni così complesse, lo pone non solo ai vertici di prolificità (ha avuto pure 20 figli!), ma rende la sua sconfinata opera oggetto di studio da quasi 300 anni.
Un ruolo importante nella mia riscoperta di Bach è stata la lettura di un libro che considero un vero e proprio capolavoro: “Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante” di Douglas Hofstadter edito in Italia da Adelphi. Il saggio tratta le analogie logico-concettuali fra il celebre teorema di Kurt Gödel, (matematico austriaco del ‘900), i disegni di grafico M. C. Escher (grafico olandese del ‘900), e le musiche di Bach. Ne consiglio assolutamente la lettura, per comprendere quanto la musica di Bach sia matematicamente complessa ed allo stesso tempo così semplice: come un’equazione geniale.
Klaus Schulze
Co-fondatore sia dei Tangerine Dream, sia degli Ash Ra Tempel, Schulze è uno dei padri nobili della musica elettronica tedesca, in particolar modo del filone cosiddetto “cosmico”. Ha iniziato la carriera come batterista per poi subire il fascino magnetico della tecnologia elettronica per diventarne una specie di guru e profeta. Klaus Schulze incarna il lato più mistico dell’elettronica, alla quale è rimasto legato tutta la vita, ma non ha saputo tuttavia slegarsi da una serie di cliché soprattutto rimici, ed ad una certa ridondanza estetica. Ha tuttavia composto alcune opere molto importanti nell’ambito della musica elettronica contemporanea. Da sempre grande ammiratore di Wagner, ne ha ereditato soprattutto la magniloquenza e la totale mancanza di sintesi.

Solitario per vocazione, mi ha ispirato anche in questo suo modo di porsi: da adolescente studente di musica elettronica, sognavo di poter suonare in pubblico come lui: seduto a terra, circondato di macchinari, e improvvisare liberamente.
Irrlicht (1972), Timewind (1975), X (1978), In Blue (1995), Shadowlands (2013)
The Who
Signori… IL Rock nella sua forma più pura. Pete Townshend è uno dei massimi geni della musica contemporanea: la straordinaria forza compositiva che ha espresso, sia come leader degli Who, sia come solista, ne fanno un musicista di enorme valore ed influenza. In pratica da solo, ha creato alla fine degli anni ’60 la prima e vera monumentale opera Rock “Tommy” . Originalissimo, visionario, instancabile, Townshend incarna perfettamente il ruolo del vero Rocker sempre coerente tra musica e stile di vita.


Basterebbero le sue due immense opere rock per lanciarlo nell’olimpo dei grandi compositori, ma la sua produzione è comunque stata molto prolifica e sempre di ottimo livello.
The Who: Tommy (1969), Quadrophenia (1973), Endless wire (2006)
Pete Townshend: Empty glass (1980), The iron man (1989)
Beatles
Come si può in poche righe scrivere qualcosa di personale sui Beatles?
Inizio dai primi ricordi… Fine anni ’60 in viaggio in auto attraverso la foresta nera per andare come ogni anno a trovare i nonni a Pasqua. Mia sorella con la radio sulle ginocchia con le canzoni dei Beatles. Quella sensazione di rivoluzione, di mondo nuovo e di infinita libertà guardando il panorama scorrere. Anche in Germania da tutte le radio arrivavano loro! Poi verso l’adolescenza, quando ho scoperto il progressive inglese, li ho messi da parte, considerandoli un po’ appartenenti alle generazione prima della mia (in effetti è così), e per molto tempo mi sono dedicato ad altro.

Poi nel 1980 viene ucciso Lennon. E da lì dei Beatles si comincia a parlare come di un mito, di qualcosa che trascende la musica e la forma canzone. Si legge sui giornali di tutto: perfino che la loro musiche sarebbero state scritte di nascosto da Berio (magari Berio fosse capace di scrivere melodie così!).
In circa 7 anni hanno scritto un tal numero di melodie immortali, che probabilmente neanche Mozart potrebbe essere accreditato di tale primato.
Storia complessa, fatta di rapporti umani complicati e conflittuali: una condizione che capita una volta ogni 200 anni! Poi arriva quella nullità di Yoko Ono e tutto si sfalda.
Oggi McCartney è il vero erede del mondo Beatles: sia per capacità compositiva, sia per volontà archivistica di far vivere quel mondo. Io ho sempre amato di più Paul di John… più che altro perché Paul non si è fatto irretire e rimbambire da una insignificante brutta giapponese.
Dischi consigliati? Tutti. Forse Album Bianco (1968) il più completo.
Yes
Qui ci sarebbe da scrivere davvero tanto. E’ davvero difficile spiegare come la musica degli Yes, complici anche le loro copertine così evocative, abbia saputo trasportarmi in un universo parallelo fantasy prima che questo genere comparisse. Difficile far capire come il perfetto equilibrio musicale fra gli splendidi componenti del gruppo (tutti musicisti davvero eccezionali) abbia potuto lasciare un’impronta tanto profonda non solo negli anni di esplosione del progressive inglese, ma anche nei decenni successivi. I loro brani sono sempre estremamente complessi, e articolati quasi come un’opera classica: tranne in rarissimi casi, infatti, mai si sono misurati con la forma “canzone”, nella quale la loro esuberanza compositiva sarebbe stata svilita.

Le critiche maggiori hanno riguardato soprattutto la loro ridondanza negli arrangiamenti, oltre che nelle composizioni stesse, ma ascoltare oggi loro brani degli anni ’70, marca ancor di più la loro altezza rispetto a molti autori odierni.
Proprio il triplo album dal vivo Yessongs fotografa in modo perfetto un’epoca di grande splendore musicale, nella quale ogni concerto era un momento di creazione e condivisione collettiva.
The yes album (1971), Fragile (1971), Close to the edge (1972), Yessongs (1973), Going for the one (1977), 90125 (1983),
Genesis
Il mio primo grande amore musicale. Quasi un’ossessione. Complice certamente il fatto che il mio primo concerto assoluto al quale assistetti fu proprio quello del 24 marzo 1975 al Palasport di Torino: l’apoteosi del periodo d’oro con Gabriel, il concerto nel quale veniva presentato interamente The lamb lies down on Broadway (1974). A ripensarci oggi, mi chiedo quanto possa essere stata sconvolgente e pregnante questa esperienza: ricordo che le orecchie mi fischiavano ancora la mattina, dopo una notte quasi insonne, passata nei fumi del trip sensoriale nel quale ero stato immerso senza alcun preavviso. Ricordo di aver passato mesi interi ascoltando in modo compulsivo il disco del concerto, e il precedente Selling England by the Pound (1973) quasi senza discontinuità. Sono i dischi che ho ascoltato di più nella mia vita, oltre ovviamente a Tubular Bells.


Nell’estate del 75, appena saputo della decisione di Gabriel di lasciare il gruppo, mi spinsi addirittura a scrivere loro una patetica supplica a non perpetrare un tale nefanda decisione. Ovviamente la mia supplica non ebbe alcun esito, e Gabriel volò verso una carriera ben più interessante, dal punto di vista artistico, di quella toccata alle pop star rimaste del gruppo originale. Oltre ai dischi già citati non posso non aggiungere Nursery cryme (1971) e Foxtrot (1972).
Tra le opere dei gruppi in qualche modo “collegati” cito qui l’interessantissimo gruppo di Jazz-Rock fondato da Collins dei Brand X con il loro sorprendente disco d’esordio Unorthodox behaviour (1976)
King Crimson
L’Inghilterra della fine degli anni ’60 deve essere stata incredibile: quelli che l’hanno vissuta, raccontano di fermenti culturali pazzeschi. In tutto il mondo la fine degli anni ’60 è stato un periodo di enormi cambiamenti culturali, scaturiti dal benessere economico e dalla presa di coscienza della generazione nata dopo la fine della guerra, di poter avere un ruolo centrale nello sviluppo futuro. E in Inghilterra questo è diventato, diversamente dagli Stati Uniti dove gli Hippie proliferavano dalla controcultura delle classi più povere, un movimento di riscatto e rivoluzione della parte più colta e preparata. Il Progressive.
Robert Fripp, chitarrista di formazione classica e di alta cultura, timido ma dotato di enorme carisma, Forma i King Crimson con l’intento di contaminare il Rock con ogni forma musicale a lui affine.
Nel corso degli anni Fripp ha spesso rivoluzionato la formazione del suo gruppo, attraversando quindi periodi piuttosto diversi da un punto di vista stilistico. Personalmente io trovo di gran lunga più innovative le formazioni che vanno dal 1969 al 1974.

Basterebbe il primo disco a inserirli di diritto nella Storia della musica moderna: un album talmente innovativo ed originale da poter essere considerato imperdibile. Basterebbe forse solo il primo brano 21st Century Schizoid Man, vero e proprio manifesto del progressive. Forse mai più superato per inventiva, freschezza, e libertà.
In the court of the Crimson King (1969), In the wake of poseidon (1970), Lizard (1970), Island (1971), Larks’ tongues in aspic (1973), Starless and bible black (1974), Red (1974), Discipline (1981)
Pink Floyd
Ummagumma. Per me i Pink Floyd sono questi. Syd Barrett se ne è appena andato, ma si sente ancora nell’aria la sua follia creativa; Gilmour è arrivato da poco e non ha ancora tirato fuori la spocchia e la banalità dell’epoca successiva; la psichedelia è ancora nell’aria e loro sono consapevoli di portarne il vessillo. Stanno forse iniziando anche ad ascoltare qualcosa che arriva dalla germania: i primi vagiti di un’elettronica ancora molto acerba.
Intendiamoci: il 1970 è l’anno del primo Yes, del secondo King Crimson, del primo Emerson Lake & Palmer, il terzo dei Soft Machine e degli Zeppelin, Bitches Brew di Davis… insomma un anno davvero straordinario.
Per me Ummagumma è stato per molti anni il disco più importante: quello che avrei salvato dall’apocalisse per intenderci, un disco talmente innovativo e talmente denso di trovate assolutamente originali da lasciare basiti. La totale libertà compositiva (i 4 componenti in questa circostanza si sono equamente divisi il lavoro con una mezza facciata a testa) si concretizza alfine in una coerenza totale.

Per quanto importantissimo ed esteticamente sublime, il celeberrimo The dark side of the moon non è per me innovativo quanto Ummagumma. The wall non mi è mai piaciuto molto, mentre trovo davvero orribile Animals. Su tutto ciò che è stato fatto dagli anni 80 io stendo un velo pietoso: Gilmour si è imposto banalizzando sempre più, e portando i Floyd verso uno zuccheroso destino patinato.
Ummagumma (1970), The dark side of the moon (1973), Whish you were here (1975), The wall (1979)
Lucio Battisti
Un genio. Un musicista capace di scrivere melodie memorabili con 3 accordi. Anche per lui devo il merito a mia sorella: la radio di fine anni ’60 assieme ai Beatles, mandava i nuovi cantautori. Battisti come nessun altro, soprattutto nel suo ventennale sodalizio con Mogol, ha saputo narrare l’amore romantico nella sua forma moderna. Le “emozioni” che ha saputo musicare, rimarranno nella storia della canzone italiana per sempre.
Il suo Don Giovanni del 1986, ha rappresentato un nuovo standard estetico imitato in tutto il mondo: precursore dell’ uso dell’elettronica nella musica leggera.

Emozioni (1970), Anima latina (1974), Una donna per amico (1978), Una giornata uggiosa (1980), Don Giovanni (1986)
Fabrizio De Andrè
Come poter sintetizzare in poche righe De André? Faber è il Dylan italiano: incarna la coscienza collettiva, la memoria storica, la critica morale scevra da qualsiasi sovrastruttura religiosa. Il suo ateismo convinto, e soprattutto la sua posizione dichiaratamente anrchica, gli permettono di non avere alcuna remora moralista o anche solo minimamente faziosa.
Un po’ come Dylan, De André ha percorso 3 decenni narrando di un paese sbandato e popolato da umanità tanto definita quanto disorientata. Ogni sua canzone assomiglia ad un folgorante epitaffio, tanto che il suo album “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”, nel quale vengono reinterpretate e trasposte in forma canzone alcune poesie dalla “Antologia di Spoon River”, sembra rappresentarne al meglio la personale poetica.

La poesia di De André è l’urlo degli emarginati, di coloro che, stando ai margini della società, ne percepiscono in modo più doloroso la violenza e la fragilità.
L’intera opera è caratterizzata da una coerenza stupefacente e, contemporaneamente, da un’innovazione stilistica davvero potente, soprattutto nelle ultime produzioni. Senza nessun passo falso, ogni lavoro di De André è una pagina essenziale della poesia contemporanea italiana.
Non al denaro, non all’amore, né al cielo (1971), Storia di un impiegato (1973), Rimini (1978), Le nuvole (1990), Anime salve (1996)
Keith Jarrett
Avevo 16 anni, vivevo a Como e facevo la terza Liceo Scientifico. Un giorno la mia giovanisima prof di Inglese (Angela Locatelli), che ben conosceva la mia passione per la musica, mi portò a scuola The Köln Concert in una busta bianca. Era certa che mi avrebbe fulminato.
A casa lo misi sul mio modesto compatto e fu subito epiphany.

Dalle casse poste negli angoli della mia cameretta, usciva il grido di un uomo solo di fronte a Dio: il concetto di improvvisazione che da tempo già mi affascinava, raggiungeva qui vertici di fatto mistici, e proprio mistico era l’approccio del pianista con la musica. Fu subito amore infinito.
Jarrett incarna per me il vero Artista: colui che mette tutto sé stesso al servizio del divino, si fa semplice strumento o passivo esecutore della voce dell’universo: alla ricerca continua e quasi ossessiva della melodia celestiale, da accarezzare solamente, per poi volar via verso lidi lontani nella sua ricerca continua e infinita. In alcune circostanze mi pare davvero di sentire la folgorazione di un artista che tocca la mano di Dio, proprio perché sa staccare totalmente il cervello e liberare la sua creazione da qualsiasi sovrastruttura intellettuale.
Jarrett è l’artista che da sempre è alla ricerca (der Suchende) di qualcosa di irraggiungibile ed inesprimibile: in questa sua incessante esplorazione del pianoforte (la sua astronave), egli sfiora e accarezza ogni genere e ogni frase gli venga a tiro, mai per compiacersene, per poi ripartire subito verso altri lidi.
Per carità non ascoltate alcuna cover: sono tutte delle vere merde. Ogni cover è un’offesa gravissima. Blasfemia pura. Ogni musicista che azzardi una qualsiasi “cover” dimostra di non aver assolutamente capito Jarrett.
L’immensa mole di melodie che si succedono senza discontinuità nel corso del concerto, ne farebbero una inesauribile fonte di ispirazione per aspiranti autori di musica leggera.
Pur avendo prodotto una miriade di dischi bellissimi, molti dei quali assolutamente imprescindibili, non mi sento di segnalarne alcuno in particolare.
The Koln Concert (1975) Tokyo Encore (1976)
Georg Friedrich Händel
Lo amo più di Bach? Forse. Invece del rigore matematico, Händel scrive col cuore, con lo spirito più ispirato: la religiosità che esprime con la sua musica è meno mistica di quella di Bach, meno geometrica e cristallina, sembra sgorgare da un colloquio diretto con Dio, ma con la sfrontatezza di chi osa guardare in faccia la divinità. Se Bach si dimostra un devoto dalla mente immensa ma comunque genuflesso e timoroso di guardare il divino, Händel mostra la sua fragile umanità senza presunzione, come un fedele che offre il suo modesto dono. La sua musica scorre con tale naturalezza da farla sembrare musica scritta da sé: ogni singola nota sembra non poter essere che esattamente dove si trova. E’ una sensazione a volte sublime.
Stockhausen
Frequentando lo studio di musica elettronica del conservatorio di Torino (SMET), nei primi anni ’80, mi era capitato spesso di sentire citare dal Maestro Zaffiri il nome di Stockhausen, ma il primo approccio vero fu quando un altro mio amico musicista (Paolo Chiotasso) mi portò a casa la sua copia di Hymnen. Anche questa esperienza fu davvero per me quasi traumatica: nonostante fossi ormai da tempo avvezzo a musica totalmente atonale, una tale ricchezza di sonorità e, soprattutto, di pause, era per me una vera sorpresa. Per me Stockhausen è soprattutto il signore delle pause, dei silenzi che sa dosare in modo magistrale.

In questa importante quanto rara intervista emergono alcuni peculiari aspetti della sua personalità. Stockhausen ha portato alle estreme conseguenze la rottura col mondo della tradizione: sarebbe stato il Pollock della musica, se non avesse voluto rimanere legato ad un serialismo tanto rigido quanto forse anacronistico. Contrariamente a Brian Eno però, lui non può fare a meno della sua formazione accademica, e per questo il suo strappo è molto più violento e drammatico, e rafforzato ancora da una enorme dose di megalomania. Ha scritto un’infinità di opere fondamentali, alcune delle quali però rischiano di cadere nella mera provocazione: come fosse quasi una rincorsa a poter affermare di essere stato il primo a “immaginare” soluzioni così stravaganti.
La maggior parte delle sue opere, pur essendo state regolarmente registrate, non sono assolutamente fruibili come semplice “musica” trattandosi di imprescindibili performances.
Evidente ispirazione (o vera e propria citazione) a Hymnen nei miei due brani Radio1 e Radio2.
Evidente analogia anche in Revolution 9 dei Beatles, nella quale si sente molto chiaramente quanto Lennon avesse sentito Hymnen (di qualche anno prima) e ne fosse rimasto profondamente influenzato.
Billy Bragg
L’uomo. Inglese. Nudo di fronte al pubblico. Con la sua scarna chitarra elettrica attaccata al semplice piccolo amplificatore. Il novello Cristo in croce, crudo, politicamente impegnato sino al midollo, fustigatore delle falsità del mainstream. Classe operaia incazzata, ma anche piena di dignità. Novello Dylan della working class. Pochi come Bragg hanno saputo esprimere con tale brutale lucidità l’avversione per le politiche liberiste inglesi.

Più incisivo e coerente di Lou Reed. Più tagliente di Iggy Pop. Più poetico dei Doors Imperdibile.
Brewing up with (1984), Don’t try this at home (1991)
Bon Iver
Un gran musicista. Originalissimo, dotato di un gusto sopraffino per la qualità dei suoni. La prima volta che ho sentito “Holocene” sono rimasto davvero basito: non avevo mai sentito un trattamento così raffinato della voce.
Ogni sua opera è un vero scrigno di magie sonore, sorprendenti ed estremamente affascinanti. Allo stesso modo i suoi video sono estremamente raffinati e moderni.

Bon Iver (2012) 22, A Million (2016)
Chick Corea
Pianista, jazzista, compositore dal talento unico, Corea è stato uno dei principali artefici di quella contaminazione culturale che ha permesso a due mondi (jazz e rock) fino alla fine degli anni ’60 rigidamente separati, di poter dialogare e letteralmente “fondersi” in una musica nuova.

Anche lui “figlio” della rivoluzione Davisiana, ha prodotto una sterminata mole di opere e di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sempre caratterizzate dal suo inconfondibile modo di suonare il pianoforte
Lyric suite for sextet (1983)
Elton John
Qui il merito è di mia sorella. Con i suoi 5 anni di più, è stata lei a portare in casa prima i Beatles e poi tutti i grandi autori degli anni ’70. Elton John è stato definito in mille modi, ma soprattutto egli è stato la prima grande superstar del Rock, forse più grande di Elvis perché ha saputo usare un linguaggio molto più universale, molto più longevo degli stessi Beatles, e dotato di un talento compositivo davvero unico. Al pari del duo Lennon-McCartney, Elton ha scritto un tale numero di melodie immortali che probabilmente verranno ricordate per sempre.

Il primo album che ho sentito (in casa del mio amico Piero Fasano che allora possedeva un compatto Augusta che io ammiravo molto) è stato Madman accross the water (1971) seguito a ruota da Goodbye yellow brick road (1973). Sarebbe davvero difficile distinguere le opere più importanti: certo molte delle canzoni più evocative degli anni ’70 sono sue.
Led Zeppelin
Era il 1974. Avevo da poco compiuto 14 anni, e in casa, ad opera certamente di qualche amico, arrivò quello strano disco con il quadretto del vecchio appeso alla parete scrostata. Era Led Zeppelin IV (1971). In quegli anni le copertine dei dischi avevano il potere di suscitare molta più curiosità di quanto possano avere oggi. Ricordo ancora il folgorante intro della prima Black Dog: quella voce così unica e nuda, dolce tagliente, ammiccante e violenta, tanto da gettare i miei sogni di adolescente in un turbinante caleidoscopio di sesso e rivoluzione. E poi, immaginate cosa possa aver rappresentato Stairway to heaven nel cuore di un ragazzino alle prese coi primi amori: devastante.

I Led Zeppelin sono il vero diamante del Rock “duro”: mille miglia oltre i Deep Purple e le dozzine di altri gruppi che, pur facendo musica di buon livello, non possono competere assolutamente con loro per coerenza e mancanza di sovrastrutture estetiche. Il martello degli Dei! Sentitevi l’intro di Coustard Pie e provate a stare fermi.
Led Zeppelin (1969), Led Zeppelin II (1969), Led Zeppelin III (1970), Led zeppelin IV (1971), Phisical Graffity (1975).
Steve Reich
Il movimento minimalista nasce in America a metà degli anni ’60, e coinvolge contemporaneamente tutte le forme di espressione. Erede moderno dello strutturalismo, il minimalismo riscopre la tonalità e con essa una buona porzione di umanità. La tonalità era stata distrutta a suo tempo dalla dodecafonia prima, e dallo strutturalismo seriale poi illudendosi di poter fare musica mantenendo “distacco emotivo” dal soggetto, e rinnegando totalmente ogni forma tradizionale di armonia e soprattutto di melodia. Nelle opere minimali l’armonia nasce quasi casualmente dall’intreccio di cellule, più o meno casuali, di cellule ritmiche. L’autore riscopre l’estasi della scoperta del particolare, come se l’immagine nel suo insieme non avesse più significato. Come gli autori letterari dei primi del ‘900 cercano di focalizzare l’attenzione sul “racconto” e non sulla “trama”, così i minimalisti prendono la lente di ingrandimento di fronte al panorama.
Reich è uno dei maggiori esponenti di tale movimento in ambito musicale.

“Music for 18 Musicians” è opera di una bellezza assoluta. Un’immersione nella musica pura, senza significati o ammiccamenti.
Music for 18 Musicians (1976)
Philip Glass
Glass è l’altro enorme esponente del minimalismo americano: un filo meno intransigente e rigoroso di Reich, si concede anche accenni melodici cedendo maggiormente all’emozione. Autore di numerosissime colonne sonore, Glass ha scritto opere per orchestre di varia tipologia, ensamble assortiti in ogni modo.
Estremamente prolifico, ogni sua opera è degna di grande attenzione.

Music in 12 parts (1974), Koyaanisqatsi (1982), Symphony N.1 (1992)
Tangerine Dream
Era il 1976, probabilmente era ancora tardo inverno, e mi trovo a casa di un mio compagno di classe che aveva una famiglia molto numerosa (8 fratelli!), quindi casa con molte stanze e molte esperienze varie, che si mischiavano in funzione dell’età alquanto varia dei componenti della famiglia. In quella casa arrivava musicalmente davvero di tutto: da De André a Zappa, da Guccini a Iggy Pop, da Battisti ai Sex Pistols. Il loro giradischi era il mitico quanto gracchiante “Stereorama 2000 de Luxe”: iconico compatto appannaggio dei musicofili più sfigati e squattrinati del tempo. Ebbene, proprio da quel misero apparecchio, ho sentito per la prima volta i suoni di Ricochet (1975) lasciare nell’aria i suoi effluvi di cosmo.

I Tangerine Dream rappresentano per me, più di ogni altro gruppo tedesco dell’epoca, ciò che la critica ha definito con la calzante definizione di Musica Cosmica: un misto fra sperimentazione elettronica, minimalismo, e psichedelia. Proprio a proposito di psichedelia, i TD hanno portato “oltre” il concetto di musica fatta per “viaggiare” utilizzando in modo così originale le sonorità offerte dalla nuova generazione di strumenti elettronici offerti dal mercato.
Fra i lavori a me più cari, oltre al già citato Ricochet, che rimane il mio preferito, vorrei ricordare fra la sconfinata discografia: Rubicon (1975), Encore (1977), White eagle (1982), Logos (1982), Poland (1984), Quantum gate (2017)
Giorgio Gaber
Gaber è la coscienza italiana, la morale sopita, l’indignazione repressa. Gaber è, suo malgrado, il più squisitamente politico dei suoi contemporanei: mai fazioso, ma sempre inesorabilmente schierato. Lui non si porta al di fuori, come De André, dalla circostanza, nel tentativo di renderla universale, ma si tuffa nella melma per poi guardarsi allo specchio e denunciare la nudità morale che traspare dalla piccolezza del potere. E’ schierato sempre con i più deboli, ma ciò che odia di più è l’ipocrisia della finta solidarietà. Molto attuale ancora oggi: un monumento da ricordare.

Opere: tutte, ma l’ultimo lavoro Io non mi sento italiano (2003) è emblematico.
Walter Carlos
Solo il mio amico Mauro avrebbe potuto scovare nei primi anni 80 in un negozietto di Milano, un tale capolavoro nascosto. Mai sentito prima nominare. Lo mettiamo sul giradischi e… “Ma cos’è sta roba? Uccellini che cinguettano? Un organetto esile…” Sonic Seasonings (1972)

Un inchino please. Questa è un’opera magnifica: ha il sapore di scoperte ancestrali, tanto semplici quanto profonde. Le quattro stagioni reinterpretate in modalità elettronica estremamente moderna, direi impressionistica.
Carlos ha fatto molti lavori di trascritture classiche (soprattutto Bach) con l’uso del sintetizzatore, ma questa opera svetta per freschezza e originalità.
Purtroppo difficile da reperire in rete.
Robert Wyatt
Genio inarrivabile. La storia di questo celeberrimo disco, ormai risaputa, narra di un’opera concepita e realizzata in ospedale durante la lunghissima degenza (più di un’anno) in seguito ad una caduta da una finestra del terzo piano: la rottura di alcune vertebre ridurrà Robert su una sedia a rotelle per il resto della sua vita. Da musicista prevalentemente dedito alla batteria, si dedicherà al canto e a tutti gli altri strumenti. Rock bottom è opera unica. Inutile ascoltare altro, qui dentro sta tutto il suo genio.

Rock bottom (1974)
Bob Dylan
Dylan il poeta. Dylan il menestrello. Dylan il profeta. Dylan la coscienza storica degli stati uniti. Dylan la coscienza dell’intera umanità… quante altre definizioni si potrebbero attribuire al Sommo? Colui che sarà ricordato alla pari di Dante e di Shakespeare, colui che nel XX secolo ha saputo dare tale forza universale alla parola da meritarsi il Nobel per la Letteratura per le sue canzoni.

Perché di canzoni si tratta. Perché Dylan ha riportato la poesia, così dispersa e stravolta nei secoli, alla sua più pura e originaria forma: la canzone.
Dylan rappresenta anche l’inconscio: l’espressione di ciò che l’umanità ha rimosso dalla sua storia. Dylan sa sbattercelo in faccia senza alcuna ipocrita censura, e con tutta la poesia che ciò comporta. Il suo romanticismo è palpabile ma allo stesso tempo effimero come un sillogismo unversale.
The freewheelin’ (1963), Blonde on Blonde (1966), Blood on the tracks (1975), Oh Mercy (1989), Time out of mind (1997), Rough and Rowdy Ways (2020)
Mike Oldfield
Tubular Bells (1973) è stato il primo disco che ho comprato. Il primo in assoluto! Sul serio!!! Me lo aveva prestato un amico, ma avevo dovuto restituirlo. Capolavoro assoluto. Ho passato 3 mesi del 1973 a sentirlo per intero almeno 3 volte al giorno: circa 300 ascolti!!! Forse ha bruciato parte del mio cervello di tredicenne perché questa è un’opera del demonio… o divina: sembra uscita da un altro pianeta tanto è innovativa e sorprendente dall’inizio alla fine. I riferimenti culturali sono labili e dubbi: si rifanno in parte alla tradizione folk inglese, ma nessuno prima di Lui aveva mai sfiorato tanta eleganza, inventiva, e originalità. E soprattutto era la prima volta che un musicista si cimentava, grazie alle recentissime attrezzature di registrazione multitraccia, a suonare così tanti strumenti! E’ stato uno dei dischi più venduti della storia! Da maneggiare con cura: può fare l’effetto di una droga pesante.

Le due opere successive Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975) saranno molto interessanti, poi sempre più poche cose degne di grande attenzione.
Emerson Lake & Palmer
Beh, gli anni ’70 sono stati davvero pazzeschi: la creatività del mondo sembrava senza limiti. Ogni anno venivano pubblicati decine di dischi che sembravano arrivare dal nulla senza preavviso: la nascita del progressive inglese poi, provocò una svolta davvero cruciale col suo proporre sistematicamente soluzioni musicali di assoluta originalità. Il primo ELP del ’70 è uno di questi capolavori di originalità: i tre musicisti erano già noti ma, come accade in rare e fortunatissime circostanze, la loro unione generò qualcosa di davvero sorprendente.

A qualcuno potrà sembrare strano che non abbia citato il tanto decantato Tarkus, o il celeberrimo Pictures at an exibition… il primo lo trovo brutto, mentre il secondo lo trovo insopportabilmente kitsch. Il disco del 73 è forse il più maturo e completo per apprezzare la loro grandezza. Ho citato Works solo per la presenza del magnifico Piano concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Emerson, i restanti brani sono di ben poco spessore.
Ah. Keith Emerson è stato uno dei 10 maggiori compositori Rock del ‘900.
Emerson, Lake & Palmer (1970), Trilogy (1972), Brain salad surgery (1973), Works (1977)
Max Richter
Compositore britannico di origini tedesco, classe 1966, appartiene alla seconda generazione della “nuova musica tedesca”. Richter unisce ad una solidissima preparazione accademica, una conoscenza tecnica e culturale profonda delle nuove tecnologie. Tutte davvero estremamente interessanti le sue opere, improntate ad un approccio “classico” delle moderne tecnologie musicali. Fra esse spicca la sua magnifica riscrittura de “Le quattro Stagioni” di Vivaldi: operazione raffinatissima e molto godibile da ogni fruitore di bella musica, qualsiasi siano le sue inclinazioni.

Recomposed by Max Richter: Vivaldi – The Four Seasons (2012)
belle parole